Paura di restare indietro: come il tempo degli altri diventa il metro per il nostro
Il caso di Federico.
Federico ha 27 anni. Studia all'università e nel frattempo fa un lavoro part-time per pagarsi gli studi. Quando lo incontro per la prima volta, mi racconta che da qualche mese sente la costante sensazione di essere in ritardo. Molti dei suoi amici hanno già terminato gli studi e hanno trovato lavoro; alcuni di loro convivono e altri a breve acquisteranno casa. Federico si dice genuinamente contento per loro, ma ogni volta che torna a casa inizia a confrontarsi con i suoi amici: "Loro sono molto più avanti di me, io invece sono rimasto indietro".
Federico mi racconta di essere molto indietro con l'università e questo lo fa sentire inadatto; sente di essere rallentato sulla "tabella di marcia" mentre tutti gli altri stanno andando avanti senza fermarsi. La domanda centrale del lavoro con Federico è questa: "rispetto a quale tempo sei davvero in ritardo?".

Paura di restare indietro: rispetto a chi e a cosa?
Sentire di "essere indietro" sembra descrivere una posizione precisa, come se fosse possibile stabilire oggettivamente chi sia avanti e chi sia indietro. La domanda fondamentale è: indietro rispetto a cosa?
Molte persone hanno un'immagine di dove la loro vita dovrebbe arrivare o essere arrivata a un certo punto. Per esempio, a venticinque anni dovremmo sapere che direzione prendere, a trent'anni ottenere una stabilità, a trentacinque fare una famiglia e così via.
Queste aspettative possono essere esplicite oppure molto più sottili: le incontriamo nelle conversazioni, nelle storie delle persone che conosciamo, nei racconti familiari e nelle immagini sociali di una vita "riuscita". A forza di incontrarle, possiamo iniziare a viverle come se fossero una misura naturale del tempo.
Tuttavia, il tempo della nostra vita non è semplicemente quello segnato dal calendario. È anche il modo in cui percepiamo le possibilità che abbiamo davanti e quelle che pensiamo di avere ormai perso. Per questo la paura di restare indietro non riguarda soltanto ciò che non abbiamo ancora raggiunto: riguarda il significato che attribuiamo a quel ritardo. Posso non avere ancora una relazione stabile e viverlo serenamente, oppure posso avere la sensazione che quella stessa condizione dimostri che qualcosa in me non funziona. Posso cambiare lavoro a trent'anni e sentire di stare iniziando finalmente qualcosa che mi rappresenta, oppure viverlo come la prova di aver sprecato anni.
Il fatto esterno può essere lo stesso; ciò che cambia è il modo in cui quella situazione viene vissuta.
Quando il confronto con gli altri diventa un confronto con la propria vita
Il confronto con gli altri non è necessariamente negativo. Può aiutarci a capire cosa desideriamo, mostrarci possibilità che non avevamo considerato e permetterci di orientarci. Diventa invece problematico quando la vita dell'altro smette di essere una possibilità tra le tante e diventa il metro attraverso cui giudichiamo la nostra.
Per esempio, un amico compra casa e ci chiediamo "cosa ho concluso io?". Qualcuno ottiene una promozione e improvvisamente il nostro lavoro sembra insufficiente. In questi momenti non stiamo semplicemente osservando la vita degli altri. Stiamo utilizzando ciò che vediamo per costruire un'immagine della nostra posizione nel tempo.
Ed è qui che il confronto può diventare doloroso: l'altro sembra mostrarci non soltanto ciò che possiede, ma ciò che noi non siamo ancora diventati. I social network possono amplificare questo fenomeno perché rendono continuamente visibili momenti selezionati della vita altrui. Il punto focale è accorgersi di quando il confronto ci permette di comprendere un desiderio e quando invece ci porta a vivere la nostra vita come una gara nella quale abbiamo sempre paura di essere in ritardo.
Quando il tempo diventa una pressione: "a questa età dovrei essere già..."
La paura di essere in ritardo nella vita diventa particolarmente intensa quando sentiamo di avere una scadenza. Non è necessariamente una scadenza reale, ma l'idea che alcune possibilità abbiano un momento preciso entro cui dovrebbero essere realizzate.
"Dovrei aver trovato la persona giusta"
"Dovrei aver capito cosa fare"
"Dovrei essere più avanti professionalmente"
"Dovrei avere una famiglia"
Il "dovrei" trasforma una possibilità in un obbligo e il tempo in un giudice. Quando viviamo in questo modo, anche le nostre scelte possono perdere il loro carattere personale: non ci chiediamo più soltanto cosa desideriamo, ma cosa dovremmo desiderare a questa età. E può accadere qualcosa di paradossale: proprio la paura di perdere tempo ci impedisce di fermarci abbastanza a lungo per capire dove vogliamo andare.
Restiamo in un lavoro che non sentiamo nostro perché cambiarlo ci sembra un passo indietro. Restiamo in una relazione perché pensiamo che ricominciare significherebbe aver perso anni. Inseguiamo obiettivi che non desideriamo veramente perché abbiamo paura di non avere abbastanza tempo per raggiungerne altri.
L'esperienza tuttavia non è una sequenza rigida di tappe: alcune possibilità si aprono più tardi, altre vengono abbandonate, altre ancora cambiano significato mentre le attraversiamo.
Costruire il nostro tempo
Non avere più paura di restare indietro non significa convincersi che "ognuno ha i suoi tempi" e smettere semplicemente di preoccuparsi. Frasi di questo tipo possono essere rassicuranti, ma spesso non arrivano al problema reale. Può invece essere più utile chiedersi:
"In quale direzione penso di essere indietro?"
"Da dove arriva questa idea di ciò che dovrei aver raggiunto?"
"Se nessuno potesse confrontare la mia vita con la propria, desidererei comunque le stesse cose?"
"Sto vivendo un desiderio o sto cercando di recuperare un ritardo?"
Queste sono domande che possono cambiare profondamente il modo in cui guardiamo alla nostra esperienza. Da una prospettiva fenomenologica, infatti, il problema non è soltanto ciò che ci manca, ma il modo in cui ci rapportiamo alle possibilità della nostra vita. Sentirsi indietro significa spesso vivere il presente attraverso un futuro immaginato che non abbiamo ancora raggiunto, oppure attraverso un passato che pensiamo di aver sprecato.
Tornare al presente non significa rinunciare al futuro. Significa poterlo nuovamente percepire come uno spazio di possibilità, anziché come una scadenza. Un percorso psicologico può aiutare quando questa sensazione diventa persistente e porta a vivere le proprie scelte con ansia, senso di fallimento o continua insoddisfazione. Non per stabilire quale dovrebbe essere la direzione giusta, ma per comprendere quali desideri appartengono realmente alla persona e quali invece sono diventati criteri attraverso cui giudicarsi.
Ricevo a Verona e online, offrendo un percorso dove insieme comprenderemo i tuoi vissuti e i loro significati.


