Autostima: perché facciamo fatica a riconoscere il nostro valore
- 7 giorni fa
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Il caso di Giulia
Giulia ha 32 anni, ha un lavoro stabile, una relazione affettiva importante e amici. Le persone attorno a lei la descrivono come una persona affidabile, attenta e responsabile. Eppure Giulia ha un pensiero costante che le ronza nella testa: non sono abbastanza.
Al lavoro anche una piccola critica diventa motivo di forte insicurezza e prende il significato di un limite personale. Le discussioni all'interno della relazione diventano per lei un significato di non essere adeguata per il partner.
Giulia racconta che ogni volta che riceve un complimento da qualcuno, dentro di sé pensa solo: "me lo ha detto solo perché voleva essere gentile, in realtà non lo pensa veramente".
Giulia vive costantemente sé stessa come non sufficientemente brava, competente, adeguata, e ha sempre il bisogno di dimostrare il proprio valore.

Che cos'è l'autostima
L'autostima viene spesso descritta come la capacità di credere in sé stessi o di avere fiducia nelle proprie capacità. In realtà, dal punto di vista psicologico, riguarda un'esperienza più complessa: il modo in cui una persona percepisce sé stessa, attribuisce significato alle proprie esperienze e costruisce il proprio senso di valore.
Avere una buona autostima non significa sentirsi sempre sicuri, non avere dubbi o non commettere mai errori. Significa riuscire a mantenere un'immagine di sé sufficientemente stabile anche quando si affrontano difficoltà, fallimenti o momenti di vulnerabilità.
La difficoltà emerge quando il valore personale viene legato esclusivamente a ciò che si fa, ai risultati ottenuti o alla conferma ricevuta dagli altri.
In questi casi, un errore non viene più vissuto come un evento specifico, ma come qualcosa che sembra definire chi siamo.
Una persona con una bassa autostima spesso sviluppa un modo molto critico di guardarsi.
Può comparire una tendenza a focalizzarsi prevalentemente sui propri limiti, dimenticando o minimizzando le proprie risorse.
Pensieri come:
"non sono abbastanza";
"gli altri sono migliori di me";
"prima o poi scopriranno che non valgo quanto pensano";
"avrei dovuto fare di più";
possono diventare una presenza costante.
Il problema non è semplicemente avere pensieri negativi, ma il fatto che questi pensieri possano diventare il principale filtro attraverso cui la persona interpreta sé stessa e le proprie esperienze.
Il modo in cui impariamo a guardarci
Da una prospettiva fenomenologica, il senso di sé non nasce isolatamente, ma si costruisce nel rapporto con il mondo e con gli altri.
Fin dalle prime esperienze relazionali impariamo qualcosa su chi siamo anche attraverso il modo in cui veniamo riconosciuti, accolti e considerati dalle persone significative.
Lo sguardo degli altri contribuisce alla costruzione della nostra identità: sentirsi visti e valorizzati permette di sviluppare un senso di continuità e sicurezza personale.
Quando invece l'esperienza prevalente è quella del confronto, della critica o della necessità di dimostrare continuamente il proprio valore, può svilupparsi un rapporto con sé stessi basato sulla valutazione costante.
La persona non vive semplicemente le proprie esperienze, ma inizia a osservarsi continuamente dall'esterno, chiedendosi come appare e quale impressione sta dando agli altri.
Autostima, ansia e bisogno di approvazione
Autostima e ansia sono spesso profondamente collegate.
Quando il valore personale dipende molto dal giudizio degli altri, molte situazioni possono diventare fonte di preoccupazione: parlare davanti agli altri, ricevere una critica, affrontare una nuova sfida o esporsi in una relazione.
La persona può iniziare a cercare continuamente conferme esterne per sentirsi adeguata.
Questo meccanismo è frequente anche nell'ansia sociale, nell'overthinking e nelle difficoltà relazionali: il pensiero si concentra continuamente su come si viene percepiti, sul rischio di sbagliare e sulla possibilità di deludere gli altri.
Costruire un rapporto più autentico con sé stessi
Un percorso psicologico sull'autostima non consiste nel convincersi semplicemente di essere "più sicuri".
Il lavoro riguarda il modo in cui la persona ha imparato a guardarsi, interpretare le proprie esperienze e attribuire significato a ciò che vive.
L'obiettivo non è eliminare ogni fragilità, ma sviluppare un rapporto più equilibrato con sé stessi: riconoscere i propri limiti senza identificarvisi completamente, valorizzare le proprie risorse e permettersi di vivere senza la continua necessità di dimostrare il proprio valore.
L'autostima non nasce dal sentirsi perfetti, ma dalla possibilità di riconoscersi come persone complesse, con vulnerabilità, capacità e possibilità di crescita.
Lavorare sull'autostima significa spesso esplorare il modo in cui abbiamo imparato a considerarci e costruire gradualmente una relazione con noi stessi più consapevole e autentica.
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